Giovedì, 19 Maggio 2016 19:06

Italo Calvino nel ricordo di Natalia Ginzburg

italo calvino 1Il 19 settembre 1985 Italo Calvino muore stroncato da un ictus. Aveva 62 anni, metà dei quali trascorsi ad arricchire di genio la letteratura italiana contemporanea.

Tra settembre e ottobre del medesimo anno esce sulle pagine de “L’indice dei libri del mese” un forte e sentito scritto di Natalia Ginzburg dal titolo “Il sole e la luna”. Su quelle parole nere di lutto la scrittrice riversa il proprio dolore dovuto all’immane perdita, il ricordo di un’amicizia sempre viva e la speranza (vicina alla certezza) di un’imperitura esistenza delle sfaccettate e variopinte opere di Calvino.

«Mi riesce impossibile pensarlo morto. Non so perché, ma la morte mi sembrava quanto mai lontana dalla sua persona. Quando io l’ho conosciuto, era un ragazzo, aveva ventitré anni. M’accorgo che l’ho sempre visto come un ragazzo».

È questa l’accorata memoria di una donna che piange la morte dell’amico di sempre, tracciandone un profilo lucido, mai abbagliato dalla piaggeria postuma, ma fedele a quell’onestà intellettuale e letteraria che aveva fatto da germoglio al reciproco affetto.

Natalia Ginzburg ripercorre dunque gli ultimi giorni prima della fine, quando in una stanza dell’ospedale di Siena aveva incontrato Calvino dopo l’operazione alla testa. Quell’intervento, nonostante il dolore e la stanchezza, non aveva minato la tempra vivace dello scrittore, la cui mente viva seguiva ancora le fantasticherie oniriche che avevano animato fiabe e racconti. Aveva infatti la testa fasciata, ma la parola attiva, pronta a creare nuovi universi di immagini e significati.

La parola, dono prezioso.

«In giovinezza, spesso balbettava; e balbettava un poco, è vero, anche dopo; da ragazzo, di più. Molte volte sembrava tirar fuori le parole da una sacca segreta, o strapparle a fatica da qualche suo segreto gomitolo: e nel pronunciarle incespicava, aggrottava la fronte e abbassava gli occhi sulle proprie dita intrecciate, con una perplessità ironica e testarda, e come rifacendo il verso a se stesso. Anche se così tante volte tirava fuori le parole con fatica e lentezza, non parevano fatica e lentezza per nulla presenti nel suo pensiero, né in ciò che faceva; fatica, lentezza e balbuzie erano un modo di prendere in giro se stesso, e gli altri, e la propria maniera di stare al mondo. Quando l’ho conosciuto, quella sua balbuzie in parte vera e in parte simulata m’aveva colpito per un’allegria straordinaria che ne emanava: perché vi si nascondeva una meravigliosa facoltà di commentare comicamente la propria persona, e il prossimo, e le code pelose, irsute, squamose e infinite che serpeggiano dietro alle parole».

E l’allegria, la medesima dei vent’anni, quando Cesare Pavese ne aveva riconosciuto il talento e lo aveva voluto con sé all’Einaudi; quando insieme alla Ginzburg si erano persi negli occhi immensi e profondi di Ernest Hemingway, timorosi e al contempo eccitati nel trovarsi innanzi a colui che era stato guida letteraria, maestro inconsapevole, idolo.

E la luce. Natalia Ginzburg ricorda la luce dei suoi racconti, la brillantezza dei romanzi, mai identici eppure sempre egualmente splendenti.

«Il suo stile era, fin dall’inizio, lineare e limpido; divenne più tardi, nel corso degli anni, un puro cristallo. In quello stile fresco e trasparente, la realtà appariva screziata, variegata, e colorata di mille colori; e sembrava un miracolo quella festosità, quella luce solare, in un’epoca in cui lo scrivere era abitualmente severo, accigliato e parsimonioso e nel mondo che tentavamo di raccontare non regnava che nebbia, pioggia e cenere. […] A poco a poco sono scomparsi dai suoi libri i paesaggi verdi e frondosi, le nevi scintillanti, l’alta luce del giorno. Si è alzata nel suo scrivere una luce diversa, una luce non più radiosa ma bianca, non fredda ma totalmente deserta. L’ironia è rimasta, ma impercettibile e non più felice di esistere, bianca e disabitata come la luna. In quel libro stupendo che è Le città invisibili, secondo me il più bello dei suoi libri, questa trasformazione è già avvenuta. Il mondo è là, radioso, multiforme, variegato e screziato, e intatto nel suo splendore: ma è come se lo sguardo che lo indaga, lo scevera e lo contempla sia consapevole di abbandonarlo per sempre».

E infine l’addio. L’addio al suo mondo abitato da cavalieri inesistenti e da lettori persi tra gli scaffali, fatto di città invisibili e di sentieri di nidi di ragno, un mondo luminoso e ricco. Un mondo rimasto irrimediabilmente orfano del proprio prolifico creatore.

«Sulle città, altissime sotto il cielo, brulicanti e splendenti, formicolanti di umani errori, traboccanti di merci e di cibi, affollate di traffici, dominio dei topi e delle rondini, cala il tramonto. Lo sguardo che le saluta è uno sguardo che dice addio, a un mondo molto amato, fissandolo da una nave che s’allontana».

Ma non era un vero addio. Oggi possiamo dirlo, possiamo poggiare una mano sulla spalla della Ginzburg (che ormai avrà ritrovato il suo amico fra le stelle) e sussurrarle dolcemente che nelle sue parole, tra le sue città, nei nostri scaffali, tra le nostre mani, nei nostri cuori e nelle nostre menti, l’oblio non ha inghiottito Calvino: egli vive e il suo tempo ritorna ogni volta che un paio di occhi curiosi si posano ammaliati sulle pagine immortali che ci ha lasciato in eredità.

Daniela Lucia

Letto 887 volte Ultima modifica il Giovedì, 19 Maggio 2016 19:20