Sabato, 23 Aprile 2016 19:40

Marina Cvataeva, la fiamma della memoria nel Racconto di mia madre e Il fidanzato

indexnI molti volti di Marina Cvataeva e le parole ricercate sono il suo unico strumento. Il solo denaro del quale è provvista. Nel volumetto Racconto di mia madre e Il fidanzato il lettore non troverà i crudi e soavi testi poetici ai quali l’artista russa ci ha abituati eppure, come avviene coi suoi indimenticabili versi, anche in questo caso si può avere la fortuna di scorgere il sublime incanto della ricerca e dell’abbandono. Il lettore rintraccia attraverso i ricordi dell’autrice quell’interrogativo sempre sospeso che insegue una risposta. Anzi, si potrebbe dire che si è al cospetto di una domanda che pretende tale risposta, inseguendola senza la certezza di poterla trovare o comunque di giungere a quella definitiva. È l’approssimazione di un tempo sconvolto dagli eventi che si esprime per mezzo di un’esigenza di scrivere. Quali sono questi eventi che hanno eretto un muro tra l’autrice e il suo passato? Ebbene, la Rivoluzione, la fuga, la separazione e il ritorno in un posto che già da tempo aveva smesso di appartenerle e che le procura ulteriori ferite, altri distacchi laceranti. Traendo ispirazione da un simile vissuto, Marina Cvataeva sfiora la parole, limandole e contraendole, per giungere dritte allo stomaco di chi legge.

Scritti in francese, non in russo, i due racconti finora inediti nel nostro Paese ci mostrano il profondo e a tratti conflittuale rapporto tra Musja (Marina) e Asja, sua sorella minore. Già dalla scelta linguistica possiamo scorgere un desiderio di allontanare da sé sia dal punto di vista temporale che da quello affettivo eventi di una vita passata, ormai sepolta e inaccessibile se non con il ricordo.

Il primo racconto, dal titolo Racconto di mia madre, traccia senza orpelli linguistici il conflitto che da sempre alberga nei reconditi meandri dell’amore fraterno. “Mamma, a chi vuoi più bene, a me o a Musja? No, non mi dire che è la stessa cosa, non è mai la stessa cosa, ce n’è sempre una che si ama un pochino pochino di più, l’altra non si ama di meno, ma quella un filino di più”. Il dubbio del prescelto, del favorito sul quale si riversa quella millesima parte in più dell’affetto materno. Marina ci racconta di due sorelle, di una scelta e di una Madre. Di sua madre, ma anche di lei stessa che la fame costrinse a scegliere tra la figlia Ariadna e la figlia Irina. Nessuna madre preserva dalla morte un figlio, abbandonandovi l’altro. Tuttavia gli stenti, la solitudine e la disperazione spinsero l’autrice a compiere il gesto atroce, strappandole una bambina e facendola fuggire con l’altra. Marina scelse, lasciandosi dietro una creatura denutrita, debole, incapace di affrontare le dure prove dell’esistenza. Pertanto non si va lontani dalle realtà affermando che questo è un racconto intriso dal sapore del ricordo, della paura di sapere, dell’angoscia del rimorso. “Voglio che tu sia eternamente infelice per aver ‘scelto’”. Tali sono le parole che il brigante urla alla Madre del racconto. Ma è anche una voce che urla dentro Marina, un grido che fingendo di rimproverare la Madre, rimprovera se stessa per quella bambina morta di stenti. Ariadna o Irina? Musja o Asja? Quale cero è bruciato per primo? Sette anni dopo la stesura di questo racconto, provata dalla vita e privata della propria famiglia, Marina Cvataeva decide di spegnere la fiamma del proprio cero, dicendo addio al mondo, all’esistenza e al peso immane della propria memoria.

Posto nel volume dopo il racconto sulla madre, Il fidanzato in realtà è uscito due anni prima, nel 1933 sul quotidiano parigino Le dernières nouvelles. Anche qui c’è una scelta non compiuta. Il protagonista è Tolia, sedicente spasimante delle due figlie minori del dottor Cvataev. “Né il mio né quello di Asja. Il nostro, in comune. E, in realtà, quello di nessuna, perché nessuna l’ha voluto”. Ancora Asja e Musja. In un perpetuo confronto agli occhi del mondo. Un confronto che però qui perde i toni del timore, acquisendo quelli ironici della burla nei riguardi di un carattere pieno di sé eppure vuoto in maniera insanabile, capace di passare da una sorella all’altra senza mai conoscere davvero l’amore. “Con il movimento preciso di un pendolo dalla secondogenita alla primogenita, ha esitato per un anno esatto”. In questo racconto il lettore ritrova lo stile veloce, come se l’incombenza di mettere nero su bianco, di fissare il ricordo del passato nell’eternità, fosse più forte dell’atto stesso di vivere. Eppure il racconto è anche una stizzita critica all’arrivismo, alla furba faciloneria di chi, privo di talento, si approccia all’arte della scrittura senza instaurare con essa quel rapporto di urgenza, di disperazione e passione inscindibili che dovrebbero albergare in ogni scrittore. “Solo, ecco, che genere di scrittore?”, si chiede in maniera emblematica Marina, alla fine del racconto.

Nel volumetto si trovano dei racconti di memoria, dove la creazione artistica si scontra con la crudezza della quotidianità, quindi di un insieme di scelte e decisioni che influenzano il futuro di ciascuno e che, per quanto gaie od opprimenti, non possono essere dimenticate, ma continuano a tracciare il percorso a venire. In definitiva, questi due racconti sono finestre aperte su una vita passata che narra, senza giudicare, le origini di un presente dal quale ‘il trascorso’ è irrimediabilmente distante.

 

 

Daniela Lucia

Letto 240 volte Ultima modifica il Sabato, 30 Aprile 2016 17:24