Sabato, 23 Aprile 2016 19:26

Arrivederci a Cranford!

In primo luogo, le Amazzoni sono le padrone di Cranford; le affittuarie di tutte le case al disopra di un certo livello sono donne. […] In breve, qualsiasi cosa accada degli uomini, a Cranford non ci sono”. 
Così Cranford è la storia di una comunità. La storia di un piccolo villaggio che, a lungo andare, si trasforma in un affresco di vicende familiari. Domestiche. Elizabeth Gaskell prende in mano la penna e, come se fosse il più abile dei paesaggisti, tratteggia fin nelle più particolari minuzie la quotidianità della piccola cittadina inglese dal nome fittizio dove vive, si confida, piange e ride un gruppetto di anziane signore, amiche per necessità, affetto e buone maniere.
Dopo aver dato alle stampe, in forma anonima, Mary Barton, la Gaskell si dedica alla stesura di racconti, destinati per lo più alle uscite periodiche curate da Charles Dickens, del quale era da poco divenuta amica e, per certi versi, collaboratrice. È proprio tra questi scritti che inizia a germogliare l’idea di mettere insieme gli aneddoti e le vicende delle signore di Cranford.
Pensato e pubblicato a puntate per la rivista diretta dall’amico scrittore, il progetto di Cranford venne più volte interrotto in corso d’opera a causa della stesura di Ruth, un altro impo61Bf3vR rLrtante romanzo della prolifera scrittrice. Tant’è che le continue interruzioni provocarono non pochi problemi con lo stesso Dickens, che da parte sua aveva bisogno delle nuove puntate del racconto per chiudere i numeri della ‘Household Words’. Tuttavia, nel 1853, sia Ruth che Cranford videro la luce per i tipi dell’editore Chapman & Hall. Due storie parallele eppure diametralmente opposte. Se nel primo infatti la Gaskell si sofferma sulle vicende di una giovane donna sedotta e abbandonata che si incammina sulla via della redenzione, nel secondo è la quotidianità semplice e priva di pretese a prendere per sé tutta la scena. 
 Cranford si presenta alla stregua di un album di ricordi al quale attinge la giovane narratrice Mary Smith, che dà voce alla sapiente penna dell’autrice. La ragazza racconta ai lettori gli eventi singolari che hanno caratterizzato le quiete esistenze delle sue anziane amiche. 
 Il romanzo scorre grazie a uno stile colloquiale, come quello che si potrebbe cogliere dalle lettere di una lontana parente che ci descrive le sue avventure giornaliere. Mary Smith mette in linea (non necessariamente cronologica) l’insieme di perle esilaranti e di ironici dettagli, incorniciando la narrazione con sapiente e puntuale arguzia
 Il variopinto racconto snocciola in tante piccole sequenze la vita quotidiana del villaggio di sole donne, o quasi, dove la rispettabilità e il decoro rappresentano la ragione prima e il fine ultimo di ogni iniziativa, pur non essendo in alcun modo barattabili con l’altruismo, la gentilezza e l’affetto. 
 Mi sorrise tra le lacrime, e avrebbe voluto che vedessi solo il sorriso, non le lacrime”.
La forte amicizia tra rigide vedove e anziane zitelle diventa così il fertile terreno nel quale attecchiscono i diversi episodi riferiti con piglio ironico da una narrazione complice e benevolente. La giovane e vigile osservatrice non si lascia sfuggire nulla di quanto accade nella cara Cranford, annotandone sia le debolezze che (soprattutto) i sentimenti di buon cuore ancorati in maniera salda alle più comuni abitudini delle signorine Jenkyns, di Pole, dell’Onorevole Jamieson, della signora Fitz-Adam, di Lady Glenmire e delle figlie del Capitano Brown, le simpatiche abitanti della cittadina. 
 Il lettore si troverà quindi a chiedersi quanto debba durare una visita gradevole. ‘Mai più di un quarto d’ora’, gli verrà risposto dalle simpatiche signore di Cranford. E come fare a regolarsi? “Devi continuare a pensarci, mia cara, e fare in modo di non dimenticartene durante la conversazione”. Un quarto d’ora che è destinato quasi sempre a dilatarsi, nonostante lo sguardo fisso sulle lancette dell’orologio e il timore costante di essersi fermati un po’ più a lungo del dovuto. Eppure è questo quel che capita quanto si entra in una comunità di sole donne, gli uomini sono relegati dietro un velo di tacito disprezzo.
 “Gli uomini sono uomini. Ogni figlio di mamma vuole esser preso per un incrocio tra Sansone e Salomone, troppo forte per prenderle e troppo saggio per cascarci. Se ci fate caso, hanno sempre previsto tutto, anche se poi non ti avvertono mai che sta per accadere qualcosa; mio padre era un uomo, e quel sesso lo conosco piuttosto bene”. 
In questa comunità anche il matrimonio fa paura, anche se poi si finisce col rimpiangere di non averlo mai contratto. E si ha paura della povertà, alla quale solo l’affetto e la generosità degli amici possono porre un argine.
Il racconto si sviluppa in maniera veloce, arrivando ben presto alla parola fine che lascia dietro di sé quella sensazione mista tra abbandono e serenità che si prova ogniqualvolta ci separiamo dalle persone a cui vogliamo bene.
Arrivederci a Cranford, dunque! Affinché ogni nuova lettura abbia il sapore del ritorno.
 
 
Daniela Lucia
Letto 203 volte Ultima modifica il Giovedì, 05 Maggio 2016 15:23