Sabato, 23 Aprile 2016 19:09

Diario di lettura: Roth, Dagerman, Hillesum

L’incantatore e altre prose, Joseph Roth, Edizioni Via del Vento, Pistoia 2013

Capita, quando l’occhio è allenato e la mente è agile, di ritrovarsi a dipingere delle miniature fedeli della realtà pur rimanendo seduti nel proprio cantuccio, limitandosi a copj170.jpegosservare il via vai delle vite degli altri. Un’osservazione accurata che produce ritratti quanto mai veritieri, concreta presenza e partecipazione al dramma esistenziale che ciascuno di noi è chiamato a condurre fino all’ultimo atto. Capita. Ma è necessario esser pronti a cogliere il momento con gli strumenti adatti e l’abilità propria del ritrattista. O del narratore, qual dir si voglia. Il miniaturista in questo caso elargisce storie, squarci di mondo racchiuse in una manciata di righe. Il miniaturista è Joseph Roth e i piccoli ritratti che ci propone sono otto racconti brevi, finalmente giunti al pubblico italiano sotto il titolo ‘L’incantatore e altre prose’. Otto occhi incantati, dunque, e spalancati sulle esistenze degli uomini e dell’Uomo. Queste prose brevi, lontane nel tempo, risultano invece molto vicine dal punto di vista tematico, tracciando il percorso di una umanità che arranca pretendendo di esistere, con le umiliazioni, i difetti, le sconfitte che ne caratterizzano il percorso: in tutte infatti alberga la consapevolezza che “è una legge del mondo quella secondo cui i più piccoli vengono schiaffeggiati dai grandi”, dove per piccoli non s’intende solo i bambini, quanto anche coloro che siedono agli ultimi posti di una società già di per sé martoriata, uscita da una guerra, la Grande Guerra, e in procinto di immergersi in un nuovo conflitto. Si tratta di uomini che passano il fosso o che rimangono impantanati dovendo fare i conti con attese lunghe una vita e approdi irraggiungibili. Partendo da infanzie negate e dignità calpestate, il lettore che segue la galleria ritrattistica di Roth giunge alla consapevolezza che a rimanere è il ricordo: il passato quale unica ancora alla quale appigliarsi per poter affrontare il futuro. Sono le vecchie foto, i vecchi manichini, le magie dei vecchi incantatori a dare alla vita il sapore della speranza. Tutto il resto, il nuovo che avanza calpestando il vecchio, è il vero ciarpame da accettare e oltrepassare. Il cosiddetto dramma della memoria si traduce in una ricomposizione di frammenti, sguardi ricuciti insieme in un piccolo mosaico di ritratti. Roth in questi racconti fa il lavoro del vecchio fotografo, “corregge la realtà solo lievemente, lascia tutto il resto alla lente, all’oggetto e al destino”. Al lettore non resta che l’incanto di quella realtà.

 

L’uomo che non voleva piangere, Stig Dagerman, Edizioni Via del Vento, Pistoia 2013

È il 1947. Siamo in Svezia. Fino al giorno prima imperversava il secondo conflitto mondiale. I Paesi sottomessi ai diversi controlli totalitari offrivano ai copj1702propri cittadini delle esistenze grame, con sguardi acuminati puntati su di essi da ogni dove. In quest’anno così fatale, un giovane e tormentato scrittore svedese, Stig Dagerman, prende in mano carta e penna e regala ai suoi lettori uno spaccato sul senso di straniamento e di insoddisfazione che genera una vita vissuta sotto la lente d’ingrandimento dei controllori, connesso alla necessità di consolazione che solo lo sfogo del pianto può colmare. L’uomo che non voleva piangere è Storm, l’individuo in ‘tempesta’ contro convenzioni che non accetta e imposizioni che non riesce a comprendere. L’uomo che rigetta l’ipocrisia in un mondo fatto di dolori mendaci. “Un dolore che pretendeva rispetto e che insieme era denso di rifiuto e ripugnanza, e che si era depositato dolcemente nella stanza”. Un dolore fittizio che genera avversione, tant’è che l’uomo si piega solo davanti alla genuina umiliazione subita dal suo simile, schernito e usurpato della propria dignità. Il racconto, finora inedito in Italia, si dispiega in maniera quasi tridimensionale, portando il lettore a soffermarsi sulle minuzie di una quotidianità estrema e, per certi versi, assurda. L’atmosfera creata è quella del controllo centralizzato che si estende su qualsiasi aspetto della vita dell’individuo, che non solo diviene estraneo agli altri ma lo è anche per sé stesso. La sua sfera privata è continuamente sottoposta a incursioni invasive alla stregua di quanto accadrà, un anno più tardi, in 1989, celebre opera distopica di George Orwell. Storm, il protagonista, è lo straniero che si rifiuta di versare le lacrime nonostante ciò sia opportuno per la prosecuzione ‘corretta’ del proprio percorso esistenziale. “Da qualunque punto di vista si consideri la questione, è opportuno che lei pianga, perché è questo che deve fare”. Il dramma da lui vissuto coincide quindi con la mancata empatia nei confronti della società nella quale è gettato. Storm è la ‘tempesta’ che mette in pericolo il controllo, perché dubita dell’effettiva ‘opportunità’ di seguire il comportamento indicato. Tuttavia, innanzi al proprio simile schiacciato dalla crudeltà collettiva, il lettore può assistere al cedimento, al vero dolore ancora una volta calpestato dall’inestirpabile ipocrisia. “Tutte quelle rispettabili persone avevano appena chiuso la porta sulla sua tristezza”.

 

 ‘Una piccola voce’, Etty Hillesum, Edizioni Via del Vento, Pistoia 2014

Devo scrivere tutto rapidamente e alla rinfusa; più tardi non ne sarò più in grado, perché penserò che non sia stato vero; già ora sembra una visione che va allontanata”. Quindexwesta è l’urgenza del ricordo, una narrazione che serve a cristallizzare nella memoria la drammaticità degli eventi. Etty Hillesum sente questa urgenza e la mette nero su bianco nella lettera adattata a racconto con il titolo ‘Una piccola voce’. Dello sterminio del popolo ebraico per mano nazista ne sono piene le nostre librerie. Abbiamo diari, lettere, testimonianze e romanzi che ancora oggi mantengono viva la consapevolezza dell’orrore. Tuttavia, al quesito se ci sia o meno il bisogno di andare a scovare nuovi documenti a dimostrazione della tragedia che squarciò l’Europa e l’umanità, si può brevemente rispondere con un’incontrovertibile conferma. Sì, ne sentiamo il bisogno. Pertanto perle narrative come quella della Hillesum sono dei piccoli tesori di memoria che vanno tutelati e tramandati, soprattutto alla luce del fatto che viviamo calati in una società in cui il germe dell’odio razziale è ancora pericolosamente attivo. Tale è la ragione che rende prezioso lo scritto in oggetto, una storia tra tante che ci mostra il punto di non ritorno al quale un simile odio conduce. Ecco dunque che quella voce sussurrante dietro i vetri di una finestra diventa l’ultima vera sentinella del ricordo. Etty Hillesum, bloccata nel campo di transito di Westerbork, non perde la lucidità del cronista mostrandoci uno spaccato asciutto della vita degli ebrei olandesi in attesa del trasferimento nei campi di sterminio, destino che non ha lasciato immune neanche l’autrice. Dalle sue parole scevre di fronzoli emerge l’aria secca e torrida della paura dilagante e del senso di abbandono sia nei confronti del resto dell’umanità sia, sotto alcuni aspetti, nei confronti di Dio. “Mio Dio, gli sportelli si chiuderanno veramente tutti? Sì, si chiudono. Si chiudono sulla massa di persone schiacciate e spinte indietro nei vagoni merci. Attraverso le strette aperture in alto di vedono teste e mani, che quando il treno si mette in movimento fanno cenni di saluto”. E partono, per non tornare.

 

 

 

 

 

Daniela Lucia - da Ilfilorosso - Rivista semestrale - n. 57

Letto 188 volte Ultima modifica il Sabato, 30 Aprile 2016 16:24